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Digitalizzazione aziendale: qual è l’ostacolo più grande per le PMI italiane e come superarlo?

Leonardo La Polla

Leonardo La Polla, 5 aprile 2019 | Smart Working

Da crisalide a farfalla, la trasformazione avviene in modo naturale, come tutto ciò che riguarda i cambiamenti fisiologici. Se rispettassimo questa parabola, che è poi quella della causa e del suo effetto, tutto subirebbe un naturale processo di trasformazione, perché tutto è destinato a mutare e a rinnovarsi. Purtroppo, però, il nostro genere umano spesso complica le cose al punto tale da vivere la trasformazione più ovvia come un processo elaborato e faticoso. E questo è anche il caso della digitalizzazione aziendale, una conseguenza del progresso tecnologico che tanto naturale non è.

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Ci auguriamo che lo diventi prima o poi, pena l’esclusione delle imprese dal quadrante economico nazionale e mondiale. Per le PMI italiane il cambiamento è ormai una questione di vita o di morte. Restare vivi in un mercato competitivo ed esposto alle fluttuazioni di un’economia vessata dalla supremazia finanziaria, è sempre più complicato. La trasformazione digitale è in grado di supportare le competenze con strumenti all'altezza degli obiettivi, quando essi siano stati inquadrati. Non solo. Apre la strada ad altre ottime opportunità, migliorando l’efficienza e riducendo tempi e costi di gestione. Vediamo come!

Una nuova modalità di organizzazione del lavoro: lo Smart Working

Sempre più globalizzata, la produzione chiede di allinearci ad altre economie. Prova ne sia che tante aziende italiane lamentano stagnazione e difficoltà, senza comprendere che, oltre a una oggettiva crisi generale, questa condizione avversa dipende anche da una vecchia modalità di organizzare il lavoro, privando l’azienda di tante altre possibilità di sviluppo. Insomma, si fa una gran fatica a cambiare mentalità e con essa tutto l’assetto aziendale, col rischio di impantanarsi in un terreno già piuttosto limaccioso.

A dar conferma di questa tendenza, un’indagine condotta da PwC – PricewaterhouseCoopers – network internazionale per la consulenza strategica, dalla quale emerge che il 37% delle aziende italiane in epoca Smart Working ancora cammina sulle uova quando entra nell’ambito della tecnologia digitale. Tecnologia che dimostra di automatizzare attività ordinarie e rendere più fluide quelle straordinarie; tecnologia che risparmia alle risorse umane il tempo, oggi più prezioso di un diamante! Tecnologia, infine, che collega persone e informazioni all’interno di un unico ambiente digitale, dove è possibile comunicare e condividere in tempo reale qualsiasi documento e materiale d’ufficio.

Imprenditori e manager sono ben consapevoli della necessità di digitalizzare attività e servizi, assolutamente consci di quanto sia vitale migrare alla digitalizzazione aziendale anche per avere un maggior controllo dei consumatori, oggi monitorabili proprio grazie agli strumenti di analisi dei dati. Purtroppo, però, e qui sta la contraddizione più grande e innaturale, dalla consapevolezza all’azione il salto è complesso perché risulta difficile introdurre e usare “cose” che ancora non si conoscono. Ecco, i problemi sono la disinformazione e la mancanza di formazione; l’assenza di personale incaricato di traghettare l’azienda da un’infrastruttura all’altra; l’assenza di una figura addetta al training che possa “svezzare” il team e renderlo autonomo nell’uso dei software più evoluti. In sostanza, rischiamo l’esclusione dal sapere utile per la mancanza di una cultura digitale.

Come superare gli ostacoli alla digitalizzazione aziendale nelle PMI italiane

È tutta una questione di testa allora? Se per “testa” intendiamo mentalità, sì. È opportuno ritenere che un cambiamento di mentalità sia davvero il primo step per uscire dal bozzolo e spiccare il volo. Più che di una mentalità arcaica possiamo parlare di un atteggiamento diffusissimo che chiama in ballo la cosiddetta avversione alla perdita, che chiama in causa il ritorno sull’investimento (il ROI), una riflessione necessaria nel momento in cui si considera la rendita del capitale investito in qualsiasi cambiamento che possa rappresentare un “salto nel buio” rispetto alle certezze inossidabili ma statiche e alla lunga sempre più inefficaci.

La paura dell’ignoto e del fallimento creano un vero e proprio limite. Le aziende italiane si dicono impreparate psicologicamente a trasformare modelli e procedure impiegate ormai da anni. Questa stagnazione, scambiata per sicurezza, è la principale ragione di un arresto della crescita e della riproduzione.

Ma andiamo oltre il sintomo per comprendere la patologia: il problema della Digital Transformation, come accennato, è proprio la mancanza di maneggiare la pozione magica… direbbe un alchimista. Quindi, l’assenza delle competenze specifiche, di esperti capaci di accompagnare l’impresa a varcare la soglia dell’ambiente digitale. E il dato lo conferma con il 43% delle aziende ferme a modelli obsoleti e legacy.

Informazione e alfabetizzazione sono le spine nel fianco delle PMI italiane. Ma paradossalmente sono problemi autoinflitti, perché nel 24% dei casi sono proprio i manager a far muro alla digitalizzazione aziendale, non inquadrandone bene i vantaggi insiti in termini di risparmio sui tempi e sui costi di gestione. Al 25% preoccupa, invece, il ritorno sull’investimento, mentre nel 26% dei casi manca la formazione del personale. Come fare?

Come risolvere questi problemi?

Il rischio dell’innovazione, necessaria per restare sul mercato, bisogna pur correrlo, altrimenti l’alternativa è la paralisi. E proprio sull’ipotesi del rischio si devono costruire possibili scenari e strategie, inquadrare obiettivi e lavorarci con gli strumenti più adatti. Aggrapparsi al vecchio e già noto modello in uno scenario profondamente mutato, può sedare l’ansia, ma prima o poi significa seppellire l’azienda.

Senz’altro più sensato, invece, affrontare l’ansia per l’ignoto acquisendo conoscenza, cultura, capacità di valutazione e formazione. E a questo proposito, da un’altra ricerca nazionale sulla digitalizzazione aziendale, effettuata dalla Scuola dell’Innovazione digitale di Talent Garden, Cisco Italia, Enel e Intesa Sanpaolo, su circa 500 imprese italiane, emerge che il 34% cerca esperti di digital marketing; il 26% vuole inserire data analyst, mentre il 23% cerca un digital officer. Senza dimenticare che grazie al digital workplace – la nuova frontiera del lavoro 4.0 da remoto e senza scrivania – si può collaborare con esperti anche a distanza. Ancora vantaggi per chi vuole espandersi senza il bisogno di creare altre strutture e posti di lavoro tradizionali.

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